Legge 125, i rischi della transizione nella nuova legislazione sulla Cooperazione.

 

Il 31 dicembre 2015 è entrata ufficialmente in vigore nel nostro ordinamento la Legge n. 125 dell'11 agosto 2014, finalizzata alla disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo.

Sostituendo (e abrogando) le precedenti regole, contenute nella Legge 49 del 1987, il nuovo corpo normativo traccia il percorso dell'Italia verso il conseguimento dei tre obiettivi fondamentali elencati al comma 2 dell'articolo 1, in sintonia con i programmi ONU:
a) combattere la povertà e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni;
b) tutelare i diritti umani;
c) promuovere la pace.

Tuttavia, diverse sono le incertezze che il passaggio alla nuova disciplina fa emergere sul lato prettamente pratico.

Una delle maggiori preoccupazioni attiene al passaggio di competenze dalla Direzione Generale Cooperazione e Sviluppo alla neonata Agenzia Italiana: alla prima viene riservato un ruolo di indirizzo politico, mentre alla seconda attiene quello di definizione strategica e di esecuzione. 

L'articolo 25 del Decreto Ministeriale n. 113 del 22 luglio 2015, recante lo Statuto dell'Agenzia, si rivela tuttavia vago nel tentare un raccordo tra i due enti: il comma 2 dispone semplicemente che, entro il trentesimo giorno antecedente il raggiungimento della piena operatività, la Direzione Generale aggiorni il Direttore dell'Agenzia sullo stato dei progetti in corso, le cui risorse finanziarie dovranno essere trasferite all'Agenzia da parte del Ministro degli Esteri. Tali interventi resteranno disciplinati dalla normativa previgente, mentre ogni modifica dovrà essere approvata da un Comitato Congiunto presieduto dal Ministro degli Esteri e composto partiteticamente dalla Direzione Generale e dall'Agenzia.

Fatta questa premessa, il riparto di funzioni coinvolge in concreto una molteplicità di enti e normative: infatti, oltre a coordinarsi con la Direzione Generale, l'Agenzia opera sulla base delle direttive del Ministero degli Affari Esteri (fatti salvi i compiti riservati dalla Legge 125 allo stesso Ministero) mentre, per quanto non previsto dallo Statuto dell'Agenzia, intervengono le previsioni generali del Decreto Legislativo n. 300 del 30 luglio 1999. Se a ciò si aggiunge che, a tutt'oggi, risulta certo soltanto il vertice dell'organigramma dell'Agenzia (disegnato dall'articolo 4 comma 2 dello Statuto), ovvero il Direttore Laura Frigenti, i ritardi nel processo di acquisizione della piena operatività paiono destinati a prolungarsi.

Ulteriore nodo da sciogliere è la stesura di un elenco delle Organizzazioni Non Governative riconosciute. L'articolo 26 comma 3 della Legge n. 125 impone infatti al Comitato Congiunto di fissare i criteri di verifica delle capacità e dell'esperienza delle ONG e degli altri soggetti di cui al comma 2, al fine di iscriverli in un apposito elenco pubblicato e aggiornato dall’Agenzia.

Tuttavia, lo Statuto dell'Agenzia prescrive semplicemente conformità dell'azione delle ONG al diritto internazionale, finalità di promozione della cooperazione e assenza di debiti verso la Pubblica Amministrazione; a ciò, la Legge n. 125 aggiunge che requisiti di trasparenza, competenza e capacità possano favorire l'iscrizione "ad organizzazioni e a soggetti" ulteriori. Pare dunque presumibile che la descrizione degli enti inscrivibili ex articolo26 comma 2 della Legge n. 125 sia solo esemplificativa, ed apra alla creazione di sotto-elenchi in base alla tipologia degli enti stessi. In sostanza, con la decadenza della procedura di riconoscimento di idoneità delle ONG ex articolo 28 della Legge n. 49 del 1987, decade anche la definizione di una cornice di requisiti che conferivano alle ONG idonee un carattere di forte specializzazione.

La Legge n. 125 impone la stesura di nuovi modelli di contratto per cooperanti e volontari: con l'inizio del 2016 il Ministero degli Esteri non potrà più avvalersi dei contratti previsti dalla Legge n. 49. Nell'attesa, poichè il D.Lgs. 81 del 2015 (il "Jobs Act") ha abrogato i contratti a progetto, privilegiati proprio dalle ONG, si è reso necessario un "Accordo Collettivo Nazionale per la regolamentazione delle Collaborazioni Coordinate e Continuative ed esclusivamente personali" che armonizzasse la nuova disciplina in tema di lavoro con i contratti a progetto ancora in corso. Essi verranno dunque considerati a tutti gli effetti come co.co.co, in attesa di una apposita normativa concertata.

Questioni spinose e urgenti, che però registrano l'indifferenza degli enti preposti. Le ONG reclamano interventi soprattutto per la definizione dei criteri di iscrizione e di selezione ai progetti di cooperazione, suggerendo un primo step di accesso sulla base di requisiti univoci e un secondo step di selezione in base alle tipologie degli organismi iscritti, per sfruttare un ventaglio di competenze il più ampio possibile. Eppure, il Ministero degli Esteri prende tempo, mentre la prima riunione del Comitato Congiunto è di là da venire.

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